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Videoregistrazione sul cloud, si ma con riserva. Siamo al paradosso

 

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Lo scorso 7 settembre l’Avvocato generale della Corte di Giustizia dell’Unione europea MacieJ Szpunar ha formulato le sue conclusioni nella causa che vede contrapposte RTI a VCast e che ha ad oggetto – per andare alla sostanza del problema – la legittimità della prestazione di un servizio che consenta agli utenti di videoregistrare su un qualsiasi servizio di cloud i contenuti trasmessi dalle emittenti televisive attraverso il digitale terrestre.

Un marziano sceso in terra o, semplicemente, un terrestre privo di qualsiasi rudimento di diritto d’autore non avrebbe alcun dubbio a concludere che se fino a ieri era lecito videoregistrare un programma televisivo su una videocassetta attraverso un videoregistratore parcheggiato sotto il televisore, oggi che i videoregistratori non ci sono più deve, per forza, esser considerato lecito registrare lo stesso programma attraverso un servizio che consente poi di parcheggiarlo sul cloud, che si tratti di quello di Google, di Dropbox o di qualsiasi altro fornitore.

In realtà – come spesso accade quando si tratta di diritto d’autore – il metro del buon senso si rivela fallace e la risposta finisce con l’essere diversa da quella che ci si aspetterebbe.

A leggere, infatti, le conclusioni rassegnate dall’Avvocato generale sembra potersi dire che, in effetti, avvalersi di un servizio di videoregistrazione da remoto per spedire sul proprio cloud – qualunque esso sia – un programma televisivo rimbalzato sul proprio televisore è lecito ma a condizione che si tratti proprio dello stesso contenuto, bit per bit, arrivato, via etere, dentro casa.

E’, invece, lecito dubitare che altrettanto possa dirsi di un contenuto equivalente a quello che arriva dentro casa – ovvero dello stesso identico programma televisivo che si ha inequivocabilmente diritto a guardarsi in TV – ma ricevuto, a qualche chilometro di distanza, dall’antenna del soggetto che presta il servizio di videoregistrazione da remoto.

Val la pena di riavvolgere il nastro e ripetere il concetto con parole diverse, magari più semplici per consentire anche all’extra-terrestre e a chi non mastica di diritto d’autore di afferrare il concetto: io posso certamente programmare il mio “videoregistratore” – ammesso che esista ancora qualcosa del genere – perché spedisca sul cloud la mia serie TV preferita che non riuscirò a vedermi in diretta mentre non posso fare altrettanto se la piattaforma utilizzata da chi mi offre il servizio di videoregistrazione sul cloud anziché consentirmi di spedire sul mio cloud il segnale televisivo ricevuto dall’antenna sul tetto di casa mia, ci spedisce direttamente quello ricevuto dall’antenna sul tetto dei propri uffici.

La puntata della serie TV è la stessa, il mio diritto di guardarmela in diretta o in differita identico e il segnale partito dall’emittente televisiva tale e quale ma – almeno secondo le conclusioni dell’Avvocato generale della Corte di Giustizia – la condotta in un caso è lecita e nel secondo è pirata.

E’ un’epopea, quella della videoregistrazione da remoto e della sua compatibilità con quella che gli addetti ai lavori chiamano disciplina sulla copia privata vecchia, ormai, oltre un decennio e che pure continua ad arricchirsi, periodicamente, nuove puntate, alcune delle quali davvero paradossali.

E, intendiamoci – al fine di evitare ogni equivoco – val la pena di mettere nero su bianco che a rendere questa vicenda paradossale non sono le conclusioni dell’Avvocato generale Szpunar che si è limitato a mettere in fila le leggi e le precedenti decisioni della Corte di Giustizia, ma il modo in cui ci si ostina a continuare a scrivere le regole che dovrebbero governare la stagione che stiamo vivendo: anziché limitandosi a principi capaci di resistere al tempo, perdendosi in dettagli – talvolta anche tecnologici – inesorabilmente destinati ad esser superati e spazzati via dalla rivoluzione digitale in corso.

Accade così – ed accade per la verità da decenni – che per fare impresa in maniera innovativa nel digitale, troppo spesso, ci si ritrovi costretti a esser pirata.

Chi volesse leggere le conclusioni dell’avvocato generale le trova qui.

In punto di diritto, salvo pochi passaggi, le conclusioni sono ineccepibili ma, nella sostanza, difficili davvero da condividere.

Nota di trasparenza: ho assistito, all’inizio della vicenda, VCAST contro RTI, rinunciando poi al relativo mandato in ragione della mia nomina nel team digitale di Palazzo Chigi