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In Gazzetta Ufficiale il Decreto sull’identità digitale

 Adesso ci siamo davvero o, meglio, ci saremo prima che arrivi la primavera.

Il Decreto che stabilisce le regole per il rilascio, l’utilizzo e la gestione delle identità digitali delle imprese e dei cittadini italiani è stato pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica.

Perché SPID – acronimo del Sistema Pubblico di Identità digitale – entri in funzione, a questo punto, manca solo che, al più tardi dopo la pausa natalizia l’Agenzia per l’Italia digitale, sentito il Garante per la Privacy, definisca le regole tecniche e le modalità attuative e che, sempre sentita l’Autorità Garante per la Privacy – entro sessanta giorni dalla pubblicazione in Gazzetta del Decreto, la stessa Agenzia vari il proprio regolamento relativo alle modalità di accreditamento  dei soggetti SPID e quello relativo alle   procedure   necessarie   a consentire ai gestori dell’identità digitale, tramite l’utilizzo  di altri sistemi di identificazione informatica  conformi  ai  requisiti dello SPID, il rilascio dell’identità digitale.

Poi ci saremo davvero o, almeno, potremmo esserci se il mercato e le pubbliche amministrazioni faranno la loro parte iniziando ad utilizzare e far utilizzare l’identità digitale a cittadini ed imprese.

L’identità digitale è, stando a quanto stabilito nel Decreto appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, la  rappresentazione  informatica   della corrispondenza  biunivoca  tra  un  utente   e   i   suoi   attributi identificativi, verificata attraverso l’insieme dei dati  raccolti  e registrati in forma digitale secondo le modalità di cui al  presente decreto e dei suoi regolamenti attuativi”.

Un oggetto non così semplice come nella pure efficace metafora del “PIN elimina code”, con la quale il Premier, Matteo Renzi, l’ha raccontato in alcune recenti dichiarazioni ma, obiettivamente, un’idea non tanto più complessa.

Tutti i cittadini e le imprese che lo vorranno, infatti, potranno dotarsi di una o più identità digitali che varranno a renderli identificabili – alla stessa stregua di quanto accade nel sistema tradizionale attraverso l’esibizione di un documento di identità – agli sportelli telematici di amministrazioni e fornitori di servizi privati e potranno così usufruire di ogni genere di servizio, da remoto.

A rilasciare le identità digitali – ovvero a svolgere una funzione analoga a quella che oggi svolgono gli uffici dei comuni con le carte d’identità – ci saranno dei soggetti privati e di mercato, i c.d. identy providers.

Si tratterà di soggetti che dovranno ottenere un apposito accreditamento da parte dell’Agenzia per l’Italia digitale, dopo aver dimostrato di disporre di una serie di requisiti idonei a garantire la sicurezza e l’affidabilità necessarie a svolgere un compito così rilevante e delicato.

Sarà, infatti, presso gli identity providers che avverrà lo “scambio” tra l’identità anagrafica tradizionale dell’individuo – quella per intenderci oggi rappresentata su ogni carta di identità – e l’identità digitale che, banalizzando, può definirsi come un codice, univocamente corrispondente a tale identità che verrà “esibito”, sulla porta d’accesso ad ogni servizio telematico il cui fornitore – entrando a far parte del Sistema pubblico dell’identità digitale – sceglierà di accettarlo.

E’, potenzialmente, uno strumento rivoluzionario che costituisce, forse, uno dei pre-requisiti più rilevanti per la digitalizzazione del Paese perché senza strumenti di identificazione forte dei soggetti di diritto, non c’è certezza delle regole, non c’è fiducia – a distanza – nei mercati e, dunque, non c’è e non ci sarà quella rivoluzione digitale di cui il Paese ha un disperato bisogno.

Non è, però, detto che le regole – quelle appena pubblicate in Gazzetta Ufficiale e quelle che l’AGID varerà nelle prossime settimane – siano sufficienti a dare corpo ed anima alla rivoluzione dell’identità digitale.

Non sembra, infatti, facile – per questioni che sono essenzialmente culturali e di mercato – convincere milioni di cittadini e centinaia di migliaia di imprese a dotarsi di una – o addirittura più – identità digitali.

E la storia degli indirizzi di posta elettronica certificata e, prima ancora, quella delle firme digitali costituiscono, purtroppo, lezioni che non si possono trascurare né dimenticare.

Strumenti come questo, funzionano solo ed esclusivamente se chi deve iniziare ad utilizzarli ne percepisce immediatamente l’utilità ed un qualche vantaggio egoistico.

L’identità digitale, ultima nata degli strumenti informatico-giuridici a servizio di cittadini, imprese ed amministrazioni, sotto questo profilo, probabilmente non ha ancora – e non avrà per parecchio tempo – un enorme appeal.

Ed è, forse, questa la sfida più importante che il Governo del Premier dovrà giocare sul versante della digitalizzazione del Paese: convincere cittadini ed imprese a “proiettare” la propria identità nell’ecosistema digitale entrando in SPID, acronimo poco cool, di un sistema nel quale ci si riconosce senza più mostrare un pezzo di carta o di plastica con sopra una foto ma, più semplicemente, esibendo digitalmente un codice che apre tutte le porte dei servizi ai quali abbiamo diritto di accedere che siano pubblici o privati.

Le regole, insomma, ora ci sono e presto funzioneranno il resto, però, è un affare di politica, cultura e soprattutto mercato.