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Francia, HADOPI dubita dell’efficacia dei blocchi dei siti

 Che “bloccare” l’accesso ad un sito internet da un determinato Paese come risposta alla pirateria audiovisiva fosse una soluzione assai poco efficace lo si dice, in tanti e da tempo e lo si è detto a gran voce – anche se sfortunatamente inascoltati – anche quando la nostra Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, nel dicembre dello scorso anno, ha deciso di mettere proprio i blocchi all’accesso ai siti Internet sospettati di essere pirata, al centro della sua azione antipirateria.

Questa volta però è diverso perché a porre in dubbio l’efficacia e l’utilità degli ordini di inibitoria all’accesso a determinati siti internet impartiti agli internet service provider di un determinato Paese è addirittura la Hadopi, ovvero l’Alta Autorità francese per a lotta alla pirateria audiovisiva, regina indiscussa dell’antipirateria europea.

All’esito di una ricerca svolta dai propri uffici, infatti, nei giorni scorsi la Hadopi ha messo nero su bianco che – almeno a guardare alla percezione dei “consumatori” francesi di contenuti audiovisivi – il blocco all’accesso di un sito Internet è, probabilmente, la meno efficace tra le possibili soluzioni di antipirateria perché non produce alcun effettivo spostamento degli utenti dal “mercato nero” a quello legale.

Tutto quello che accade quando un sito viene reso inaccessibile è che alcuni utenti – quelli tecnicamente più smaliziati – trovano decine di soluzioni per aggirare l’ostacolo mentre quelli in possesso di minori competenze informatiche, dirigono altrove – ma sempre nel vasto mondo dell’offerta illecita di contenuti – i loro interessi.

Non è, insomma, rendendo inaccessibile un sito che si “converte” un pirata e lo si trasforma in uno spettatore pagante di contenuti audiovisivi.

Gli utenti francesi coinvolti nella ricerca della Hadopi non hanno, invece, alcun dubbio che solo la moltiplicazione di un’offerta lecita che sia, però, davvero “competitiva” con quella illecita potrebbe indurre un pirata a “smettere di rubare”.

Ma la “competitività” di cui parlano non è, naturalmente, una competitività solo economica, peraltro, evidentemente, mai effettivamente possibile perché il più basso dei prezzi sarà sempre più alto di “zero” che è quello che contraddistingue l’offerta pirata.

Ciò che conta davvero è l’offerta legale divenga tempestiva come quella illegale, abbia ad oggetto un catalogo altrettanto vasto e, soprattutto, che piattaforme e contenuti siano “usabili” quanto quelli disponibili nell’offerta illegale.

L’ex pirata pentito o il pirata sulla strada del pentimento possono anche accettare l’idea di pagare un prezzo per accedere ad un contenuto ma non accetteranno mai l’idea che ciò che sul mercato nero è facile, intuitivo ed immediato, nel mercato legale divenga complicato, lento e difficile.

La Hadopi, nel pubblicare il suo Studio, si preoccupa di precisare che si tratta solo di una ricerca qualitativa che non ha nessuna pretesa di offrire un risultato statisticamente rappresentativo ma è fuor di dubbio che si tratti di un’analisi autorevole ed assai significativa e che, forse, varrebbe la pena riflettere – anche a casa nostra – sui suoi risultati, domandandosi se e quanto i soldi, non pochi, che si stanno investendo in questo genere di antipirateria siano spesi bene.

Sarebbe un peccato accorgersi – come sta accadendo in Francia – che in nome dell’antipirateria, sebbene mossi dal nobile intento di salvaguardare la proprietà intellettuale italiana – ammesso e non concesso che sia quella di casa nostra che stiamo proteggendo – stiamo sperperando risorse che potrebbero essere utilizzate in modo diverso e più efficace.