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Wifi pubblico obbligatorio. Suggerimenti ai timonieri.

 In un altro post ho già provato a spiegare le ragioni per le quali, a differenza di alcuni amici, io credo che il disegno di legge n. 2528, attraverso il quale un centinaio di deputati annunciano l’intenzione di rendere obbligatorio per uffici pubblici ed esercizi commerciali condividere le risorse wifi con gli utenti, sia, sostanzialmente, una buona idea e sarebbe bello portarlo in porto, facendolo diventare legge.

Nel plaudire all’iniziativa, ho, tuttavia, già anticipato che il testo del disegno di legge evidenzia, a mio giudizio, alcune criticità e che, forse, varrebbe la pena correggere la rotta prima di creare inutile confusione ed antipatiche resistenze.

La prima perplessità riguarda l’ambito di applicazione dell’obbligo di condivisione delle risorse di connettività.

Sarebbe, forse, opportuno limitarlo a tutti gli uffici pubblici e ai gestori di pubblici esercizi ovvero quei locali pubblici come bar, ristoranti, hotel, stazioni ed aeroporti nei quali la gente si ferma a fruire di un servizio o a consumare qualcosa da bere o da mangiare, a discutere e a confrontarsi.

Estendere l’obbligo – come fa l’attuale testo del disegno di legge – a tutti i gestori di esercizi commerciali anche diversi dai pubblici esercizi è, probabilmente eccessivo ed inutile perché non ci si ferma a leggere il giornale, consultare la posta o richiedere un certificato alla pubblica amministrazione dal salumiere o dal meccanico.

Al limite, forse, potrebbe ipotizzarsi di ragionare al contrario ovvero di prevedere che analogo obbligo deve gravare anche sui gestori di centri commerciali, supermercati ed altri esercizi di grandi per dimensioni.

Un secondo problema non trascurabile è rappresentato dai contratti con gli operatori di telecomunicazione che, nella più parte dei casi, vietano espressamente al loro utente – il gestore dell’esercizio pubblico – la condivisione delle risorse di connettività con terzi ovvero con la clientela e gli utenti.

E’, naturalmente, un fatto essenzialmente di mercato o, meglio ancora, di assorbimento della capacità di banda disponibile.

Ma è un fatto sul quale occorre riflettere da subito per evitare che i gestori soggetti all’obbligo di condivisione delle risorse di connettività si ritrovino stretti tra una legge che li obbliga ad “aprire” i loro wifi e dei contratti che vietano loro di farlo.

Bisognerebbe, almeno, prevedere che i fornitori di risorse di connettività non possano vietare ai loro clienti la condivisione del wifi.

In mancanza è facile immaginare che gli operatori di comunicazione chiederanno ai loro clienti – ovvero ai gestori degli esercizi pubblici – di “comprare” servizi più cari per poter condividere il wifi con la clientela in adempimento all’obbligo di legge.

E’ un problema legato a doppio filo ad un altro problema di mercato.

E’, infatti, evidente che lo Stato, non può entrare a gamba tesa su un mercato libero come quello delle risorse di connettività ad internet, “minacciando” di consentire ai cittadini di accedere gratuitamente ad un servizio che, molti operatori, già vendono sul libero mercato.

Sarebbe, pertanto, opportuno limitare in termini temporali la fruizione delle risorse di connettività che ogni gestore di un pubblico esercizio deve necessariamente mettere a disposizione della clientela, lasciando, ovviamente, tutti liberi di fare di più e su diversa base.

C’è, infine, ed è forse una delle questioni più spinose, l’annoso problema dell’identificazione dei clienti ed utenti che utilizzano le risorse di connettività.

Il testo del disegno di legge, allo stato, vieta ai gestori dei pubblici esercizi ogni forma di identificazione.

Si tratta però di una previsione che ha per presupposto che la legge esenti i gestori da ogni responsabilità connessa all’utilizzo delle proprie risorse di connettività.

In assenza il gestore di un bar, rischierebbe di sentirsi contestare una condotta illecita, in realtà posta in essere da un suo avventore, solo perché la stessa risulta perpetrata partendo da una connessione ad internet a lui assegnata in uso.

Se non si vogliono esentare i gestori degli esercizi pubblici – come, d’altra parte, i responsabili degli uffici pubblici – da ogni responsabilità di questo genere, non si potrà che lasciare tutti liberi di identificare clienti ed utenti, stabilendo, magari, che lo si debba fare in modo “light” e, naturalmente, compatibile con la disciplina in materia di privacy.

L’idea è buona e la rotta è quella giusta, insomma, ma, c’è ancora un po’ di strada da fare.