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Google contro Oracle davanti alla Corte Suprema

 Basterebbe la fama e la notorietà dei nomi delle parti per fare del giudizio che Google ha appena promosso davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America un procedimento destinato a suscitare attenzione senza eguali tra gli addetti ai lavori in Silicon Valley e nel resto del mondo.

Ma l’importanza del contenzioso che, dopo un lungo confronto nelle aule dei Tribunali americani tra i due colossi dell’IT è appena approdato sulle scrivanie dei Giudici della Suprema Corte, non dipende solo dai nomi dei suoi protagonisti che, anzi, quasi scompaiono al cospetto della questione di cui si discute.

Il software alla base delle API – ovvero quella porzione di codice che consente il dialogo tra più software e, quindi, garantisce l’interoperabilità tra più applicazioni, tra un sistema operativo e le applicazioni destinate a girarvi o tra più dispositivi – può formare oggetto di tutela ai sensi del diritto d’autore?

Questa è la domanda che Google ha sottoposto alla Corte Suprema dopo che i Giudici di primo grado avevano risposto negativamente con una Sentenza che, tuttavia, nella scorsa primavera era stata ribaltata dalla Corte d’Appello.

All’origine del Giudizio la contestazione che Oracle muove a Google sin dal 2010 di aver utilizzato 37 API Java incorporanti software su cui insisterebbero propri diritti d’autore nella piattaforma Android che ha consentito a Big G di diventare, a tempo di record, Big A nel mercato del software per dispositivi mobili.

Il diritto d’autore non può frenare l’innovazione, dice, sostanzialmente Google davanti alla Corte Suprema, sostenendo che se i diritti d’autore di Oracle sulle API in questione fossero considerati validi e tali da consentire al gigante del software di vietare a terzi – in assenza di idonea licenza – di usare il software in questione, intere “linee di produzione e sviluppo” in tutto il mondo, dovrebbero essere chiuse.

Una spiegazione per i media che traduce una questione di diritto vecchia quasi quanto il software e dalla cui risoluzione, in effetti, dipende se non proprio il futuro dell’innovazione nel mondo, certamente, il destino di buona parte dell’industria del software.

La questione può essere riassunta così: l’attuale disciplina sul software – negli USA come in Europa con poche sfumature conseguenza delle differenze esistenti tra il regime statunitense del Copyright e quello europeo del diritto d’autore – stabilisce che il software è protetto ai sensi della legge sul diritto d’autore e che, dunque, oggetto della tutela è la “forma espressiva” nella quale è scritto il codice ma non anche i principi, le idee e le funzionalità cui, scrivendo in un certo modo un programma, si da’ forma, corpo e sostanza.

E’ però frequente – nel caso del codice alla base delle API in modo particolare – che per dar corpo ad una determinata funzionalità o ad un determinato principio, il programmatore abbia poco margine di manovra e poco spazio per la propria creatività nello scrivere il codice con la conseguenza che proteggere la forma espressiva con il diritto d’autore rischia di significare estendere la privativa anche sulle idee ed i principi sottostanti.

Quid iuris in questo caso?

In Europa la Corte di Giustizia dell’Unione europea, nel 2012 ha affrontato e risolto analoga questione nell’ormai nota Sentenza SAS Institute contro World programming ltd, ridimensionando l’ampiezza della privativa autorale sul software alla sola forma espressiva del programma e negando, pertanto, che tale tutela possa anche solo avere per effetto quello di vietare il libero utilizzo di idee, principi e funzionalità di un software.

Se la controversia tra i due giganti, Google ed Oracle, si celebrasse davanti alla nostra Corte di Giustizia, quindi, i pronostici sarebbero tutti a favore di Big G.

Non è però detto che i Giudici della Corte Suprema la pensino allo stesso modo e, quindi, si dovrà restare con il fiato sospeso fino alla loro decisione.

E’ certo, tuttavia, che la legge sul diritto d’autore si mostra, una volta di più – come è già accaduto decine di volte dalle origini della sua applicazione al software – inadeguata a proteggere un bene giuridico che ha il suo vero valore proprio nelle idee, nei principi e nelle funzionalità e non già nella sua forma espressiva.

Forse è tempo di rivedere la scelta ormai antica che ha voluto che i programmi per elaboratore fossero assimilati alle opere letterarie e protetti alla stessa stregua di queste ultime ovvero ai sensi della legge sul diritto d’autore in Europa e del copyright negli USA.