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Diritto all’oblio: i miti da sfatare [secondo la Commissione europea]

 Il vivace dibattito accesosi, in tutta Europa, a seguito della decisione con la quale la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha riconosciuto a chiunque il diritto di domandare ai gestori dei motori di ricerca di disindicizzare qualsiasi contenuto lo riguardi salvo sussista un prevalente interesse pubblico, preoccupa, evidentemente, l’Unione europea.

La Direzione Generale per la Giustizia della Commissione UE, infatti – con un’iniziativa inedita o, almeno, poco diffusa – ha avvertito l’esigenza di “fare quadrato” attorno ai Giudici della Corte di Giustizia con un documento che, in otto pagine, dovrebbe servire a sfatare quelli che, secondo la Commissione, sono i principali “miti” che potrebbero “inquinare il dibattito”.

Nel documento la Commissione ne individua sei, provando a sfatarli uno per uno con considerazioni che, tuttavia, talvolta lasciano perplessi.

Più che passare in rassegna i miti e la loro confutazione proposta dalla Commissione, tuttavia, sembra utile sottolineare che, curiosamente, tra i “miti da sfatare” – per utilizzare l’espressione scelta da Bruxelles – ne mancano, probabilmente, almeno un paio.

Ecco il primo.

Il dibattito esploso in Europa a valle della decisione della Corte di Giustizia non riguarda tanto la configurabilità o meno di un “diritto all’oblio” in Rete che è questione ormai vecchia ancorché mai sopita ma la scelta dei Giudici di rendere i gestori dei motori di ricerca “arbitri dell’oblio”, lasciando a questi ultimi decidere se e quali contenuti debbano restare indicizzati con i dati personali del richiedente e quali, invece, possano essere disindicizzati.

E’ questa “privatizzazione della giustizia” e l’aver demandato ad un soggetto privato – diverso, peraltro, da chi ha prodotto o pubblicato il contenuto – che preoccupa e lascia perplessi.

Perché mai il gestore di un motore di ricerca ovvero un soggetto per il quale indicizzare centomila pagine in più o in meno secondo talune parole-chiave è sostanzialmente indifferente dovrebbe mettersi sulle spalle il rischio di ritrovarsi coinvolto in un procedimento per violazione dell’altrui privacy per essersi opposto ad una richiesta di disindicizzazione?

Le società commerciali – tutte ed ovunque – ispirano i propri comportamenti e le proprie scelte alla massimizzazione dei profitti e, conseguentemente, davanti ad ogni bivio devono necessariamente optare per la minimizzazione dei rischi.

Nel caso in questione, per una corporation che gestisce un motore di ricerca, minimizzare i rischi vuol dire, davanti ad ogni dubbio, disindicizzare ciò che viene chiesto di disindicizzare senza andare troppo per il sottile.

E’ curioso che questo problema – da mesi al centro del dibattito accesosi a valle della decisione della Corte di Giustizia – non rientri tra i sei “falsi miti da sfatare”, messi in fila dalla Commissione europea.

Forse sfatarlo sarebbe stato troppo difficile?

Ma c’è un altro “mito” in relazione al quale sarebbe stato interessante leggere la “confutazione” della Commissione europea.

Se il gestore di un motore di ricerca nega all’interessato la disindicizzazione, l’interessato può rivolgersi all’Autorità Garante per la privacy o ai giudici nazionali perché ordinino al gestore di procedere alla disindicizzazione.

Il gestore del motore di ricerca, quindi, pur trovandosi a giocare un ruolo importante, non si trova nella condizione di “dire l’ultima parola”.

Ma che accade se il gestore del motore di ricerca disindicizza un contenuto che avrebbe dovuto rimanere indicizzato perché di evidente interesse pubblico?

L’autore o l’editore di quel contenuto, così come chiunque sia interessato ad accedervi a quale giudice potranno rivolgersi per far valere la propria libertà di fare e ricevere informazioni?

L’unica risposta possibile sembra: nessuno.

Nessuno, infatti, può rivendicare davanti ad un motore di ricerca il diritto all’indicizzazione con la conseguenza che nessuno può, allo stato, chiedere ad un Giudice di ordinare al gestore di un motore di ricerca di ri-indicizzare un contenuto che non avrebbe dovuto essere disindicizzato.

E’ per questa via che la Sentenza della Corte di Giustizia, pur muovendo da obiettivi e presupposti condivisibili, ha finito con il garantire un’iper tutela al c.d. diritto all’oblio in danno della libertà di informazione.

Ma anche su questo “mito”, sfortunatamente, la Commissione europea ha ritenuto di non prendere posizione.

A questo punto viene il sospetto che il “mito da sfatare” sia un altro: siamo sicuri che con la sua Sentenza la Corte di Giustizia abbia fatto gli interessi dei cittadini europei o si è solo trattato di una prova di forza per richiamare i giganti del web a stelle e strisce al rispetto delle regole europee e, magari, così facendo si è finito con il segnare un drammatico autogol?

Guai a pensare che la risposta sia facile, ma la domanda sembra legittima.